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   Oggi:4 febbraio 2012
 
 
  Palazzo Petyx  


   
 
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Nel ricordo degli attuali discendenti dei Petyx, il bel dipinto che si può ammirare sul soffitto era attribuito in famiglia a Vito D’Anna, una vera e propria tela rettangolare acquistata dai nuovi proprietari, modellata nel bordo e preziosamente incorniciata per adattarla al soffitto, come negli antichi saloni. Il grande dipinto, più che a Vito D’Anna potrebbe attribuirsi al figlio Alessandro, autore di molte sovrapporte di palazzi signorili palermitani o forse anche a qualcuno dei migliori allievi della sua scuola. La tela è circondata da otto sovrapporte dipinte su tavola, di forma e stile diversi (quattro rotondeggianti e quattro ovali), con incorniciature rococò di legno dorato come quella della tela centrale, risalenti certamente al secolo XX, pur se ricalcano iconografie paesaggistiche tipiche del Settecento. L’amore antiquario della famiglia, nel momento della ristrutturazione dell’edificio, trasformato in abitazione, spinse i Petyx ad acquistare il meglio che offriva il mercato antiquario palermitano e a chiamare i migliori artigiani, per dare alla casa un’impronta aristocratica e lussuosa, destinata ad esibire le antiche origini della stirpe.
Tra salone e sala da pranzo, un locale di disimpegno è impreziosito da un dipinto rettangolare di stile neo-classico (nel suo retro nasconde un volto di donna secentesco), che, su uno sfondo paesaggistico ottocentesco, movimentato dalla presenza di due figure, di cui quella femminile si specchia nell’acqua, ha in primo piano un bel nudo di donna con in grembo due puttini. Il palazzo aveva, dunque, una sua facies pregevole, eclettica, come si è detto, oscillante tra antico e moderno, per una certa ritrosia ancora permanente ad accettare uno stile tutto nuovo, che azzerasse completamente il passato: una facies che fa ancora alzare in alto gli occhi di chi passa per via Enrico Albanese e che oggi è quella della prestigiosa sede della Banca Popolare Sant’Angelo a Palermo.
  In alto, fascione di coronamento in vetro, con motivi floreali su fondo celeste. A destra, stemma araldico ligneo, collocato nella cornice del cassettonato della stanza del Presidente.

Il terreno sul quale si trova Palazzo Petyx, di proprietà della contessa Maria Wilding di Radaly, viene acquistato nel 1905 dal Cav. Nicolò Dagnino per “uso edificatorio di stabilimento di mobilio”.
La costruzione dell’edificio, pro g e t t a t o dall’architetto Giacomo Nicolai, viene completata nel 1908, a beneficio dei figli Giacomo Luigi e Giovanni Carlo Federico, ai quali, un anno prima, Nicolò Dagnino aveva rivenduto il terreno. L’Opificio Dagnino svolge la sua attività fino al 1918, con la produzione di mobili destinati ad una clientela ricca, che voleva distinguersi da quella di un mercato più comune e che gli stessi Dagnino servivano in altri punti vendita.
Il 30 dicembre 1919 la signora Teresa Anfossi acquista dai Dagnino il fabbricato, come proprietà dotale, per rivenderlo, il 4 maggio 1921, ai coniugi Luisa Roccaforte e Francesco Petyx. È a questo punto che i Petyx iniziano a trasformar e in una residenza aristocratica il palazzo, guidati da un gusto raffinato e dalla passione per l’antiquariato.
I lavori di restauro, abbellimento e trasformazione durano circa dieci anni. I Petyx si fregiarono di uno stemma con l’insegna araldica costituita da due leoni rampanti coronati, sormontati dalla corona baronale e da cinque palle, stemma che era posto sulla facciata del loro palazzo nella piazza centrale di Casteltermini, divenuto nel 1920 sede del Municipio.

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