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Nel
ricordo degli attuali discendenti
dei Petyx, il bel dipinto che si
può ammirare sul soffitto era attribuito
in famiglia a Vito D’Anna, una vera
e propria tela rettangolare acquistata
dai nuovi proprietari, modellata
nel bordo e preziosamente incorniciata
per adattarla al soffitto, come
negli antichi saloni. Il grande
dipinto, più che a Vito D’Anna potrebbe
attribuirsi al figlio Alessandro,
autore di molte sovrapporte di palazzi
signorili palermitani o forse anche
a qualcuno dei migliori allievi
della sua scuola. La tela è circondata
da otto sovrapporte dipinte su tavola,
di forma e stile diversi (quattro
rotondeggianti e quattro ovali),
con incorniciature rococò di legno
dorato come quella della tela centrale,
risalenti certamente al secolo XX,
pur se ricalcano iconografie paesaggistiche
tipiche del Settecento. L’amore
antiquario della famiglia, nel momento
della ristrutturazione dell’edificio,
trasformato in abitazione, spinse
i Petyx ad acquistare il meglio
che offriva il mercato antiquario
palermitano e a chiamare i migliori
artigiani, per dare alla casa un’impronta
aristocratica e lussuosa, destinata
ad esibire le antiche origini della
stirpe.
Tra salone e sala da pranzo, un
locale di disimpegno è impreziosito
da un dipinto rettangolare di stile
neo-classico (nel suo retro nasconde
un volto di donna secentesco), che,
su uno sfondo paesaggistico ottocentesco,
movimentato dalla presenza di due
figure, di cui quella femminile
si specchia nell’acqua, ha in primo
piano un bel nudo di donna con in
grembo due puttini. Il palazzo aveva,
dunque, una sua facies pregevole,
eclettica, come si è detto, oscillante
tra antico e moderno, per una certa
ritrosia ancora permanente ad accettare
uno stile tutto nuovo, che azzerasse
completamente il passato: una facies
che fa ancora alzare in alto gli
occhi di chi passa per via Enrico
Albanese e che oggi è quella della
prestigiosa sede della Banca Popolare
Sant’Angelo a Palermo.
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In
alto, fascione di coronamento in vetro,
con motivi floreali su fondo celeste.
A destra, stemma araldico ligneo,
collocato nella cornice del cassettonato
della stanza del Presidente. |
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Il
terreno sul quale si trova Palazzo
Petyx, di proprietà della contessa
Maria Wilding di Radaly, viene acquistato
nel 1905 dal Cav. Nicolò Dagnino
per “uso edificatorio di stabilimento
di mobilio”.
La costruzione dell’edificio, pro
g e t t a t o dall’architetto Giacomo
Nicolai, viene completata nel 1908,
a beneficio dei figli Giacomo Luigi
e Giovanni Carlo Federico, ai quali,
un anno prima, Nicolò Dagnino aveva
rivenduto il terreno. L’Opificio
Dagnino svolge la sua attività fino
al 1918, con la produzione di mobili
destinati ad una clientela ricca,
che voleva distinguersi da quella
di un mercato più comune e che gli
stessi Dagnino servivano in altri
punti vendita.
Il 30 dicembre 1919 la signora Teresa
Anfossi acquista dai Dagnino il
fabbricato, come proprietà dotale,
per rivenderlo, il 4 maggio 1921,
ai coniugi Luisa Roccaforte e Francesco
Petyx. È a questo punto che i Petyx
iniziano a trasformar e in una residenza
aristocratica il palazzo, guidati
da un gusto raffinato e dalla passione
per l’antiquariato.
I lavori di restauro, abbellimento
e trasformazione durano circa dieci
anni. I Petyx si fregiarono di uno
stemma con l’insegna araldica costituita
da due leoni rampanti coronati,
sormontati dalla corona baronale
e da cinque palle, stemma che era
posto sulla facciata del loro palazzo
nella piazza centrale di Casteltermini,
divenuto nel 1920 sede del Municipio.
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